Cant'è Mara la Fammi

da Peppino De Filippo

adattamento e traduzione Mario Lubino

regia Alfredo Ruscitto

con Mario Lubino, Alfredo Ruscitto, Alessandra Spiga, Paolo Colorito, Michelangelo Ghisu e Pasquale Poddighe

scenografia Vincenzo Ganadu, allestimento Scenosist

luci e fonica Marcello Cubeddu

Con questo lavoro il Teatro Sassari affronta uno dei temi classici della comicità della storia del teatro: la fame. "Miseria bella" è una farsa in un atto dai toni brillanti e malinconici allo stesso tempo. Venne rappresentata la prima volta al teatro Kursal di Napoli dai fratelli De Filippo nel 1931, riscuotendo un clamoroso successo. E’ la storia di due poveri artisti senza fama, Eduardo, lo scultore, e Vittorio, pittore e poeta, che vivono da un mese in una soffitta in affitto (senza però pagarlo), in condizioni di estrema povertà. Ma il problema più impellente è che non mangiano poiché non hanno i soldi. Sono allo stremo, non si reggono quasi in piedi, entrambi soffrono d’inedia. Prostrati per il discorso del portiere dello stabile sul pranzo che lo aspetta, e gravati dalla richiesta del pagamento dell’affitto, ricevono la visita di Nicola Melacotta, che commissiona a Eduardo una scultura in memoria della defunta moglie Beatrice. I due chiedono immediatamente un anticipo, ma purtroppo il Melacotta ha scordato il portafoglio a casa. La situazione nella sua drammaticità assume toni esilaranti grazie ai numerosi lazzi e gags che si creano quando entrano in scena i vari personaggi. Divertentissima infine l’ultima scena in cui entra Giulia, una bella donna ricca e affascinante alla quale è stato promesso da Eduardo un bozzetto, ma non avendo materiali trova una scusa dietro l’altra per evitare che la donna si accorga del reale stato di povertà in cui versa. Ma alla fine la verità viene a galla e la donna viene invitata a lasciare il misero studio. Nella fretta dimentica un pacco di cioccolatini sul quale i due si gettano avidamente per poi scoprire, a loro spese, che si tratta di cioccolatini purgativi, destinati al padre della donna.


Il secondo atto unico è  “Tre poveri in campagna”, che il grande Peppino De Filippo trasse da “La scampagnata dei tre disperati” di Antonio Petito. Ambientata agli inizi del secolo scorso è la storia di tre poveracci che per diverse vicissitudini sono completamente squattrinati. L’unico pensiero che li accomuna è la fame! Nel tentativo di rimediare un pasto capitano casualmente in una trattoria di campagna gestita da un oste sanguigno e irascibile. Decidono di tentare il tutto per tutto per mangiare a sbafo. Non avendo i soldi per pagare il conto tentano varie soluzioni, lasciando, alla fine, a uno dei tre la patata bollente del pagamento del conto. Anche qui il tema della fame origina una serie di colpi di scena di gags dall’esito esilarante.

foto di Michela Leo

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